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“Baci sporchi – Dirty kiss” - Indagini, segreti e tradizioni di famiglia nel romanzo di Rhys Ford

A cura di Lilia Stecchi
Grafica di Giovanni Trapani
La storia di cui vi parlo oggi è “Baci sporchi – Dirty kiss” di Rhys Ford (serie Un'indagine di Cole McGinnis, 1 – Traduzione Cornelia Grey - Dreamspinner Press, prezzo 6,40 euro) ed è il primo libro di una serie che vede come protagonista l'investigatore Cole McGinnis.
Questa la storia: Cole Kenjiro McGinnis, ex-poliziotto e investigatore privato, sta cercando di superare la morte del suo amante, avvenuta durante una sparatoria, quando gli capita un’indagine apparentemente di routine. Investigare l’apparente suicidio del figlio di un importante uomo d’affari coreano si rivela subito un incarico tutt’altro che ordinario, specialmente quando Cole incontra Kim Jae-Min, il bel cugino del defunto.
Il cugino di Jae-Min aveva un piccolo, sporco segreto, uno che Cole conosce da tutta la vita e che Jae-Min sta ancora nascondendo alla sua famiglia. L’indagine porta Cole da ville eleganti e squallidi appuntamenti segreti di amanti fino al Dirty Kiss, il locale dove i ricchi vanno a soddisfare con discrezione i desideri di cui le loro famiglie troppo tradizionali preferirebbero non sapere niente.
Inoltre porta Cole McGinnis fra le braccia di Jae-Min, ma questo potrebbe essere un problema. La morte del cugino di Jae-Min appare sempre meno un suicidio, e il ragazzo appare sempre più un bersaglio. Cole ha già perso un amante per una morte violenta: non perderà anche Jae-Min.
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Il romanzo ha un inizio piuttosto sincopato, ma estremamente divertente, dove si fa subito la conoscenza dell'investigatore Cole Kenjiro McGinnis alle prese con un appostamento che non avrà per lui l'esito sperato. Tutto cambia quando il fratello Mike gli propone di indagare su un caso di suicidio, e dal clima quasi esilarante l'investigatore si trova come avviluppato in un'atmosfera più cupa da romanzo noir/misterioso che, con situazioni e nuove conoscenze, lo catapulteranno in un caso che potrebbe cambiare la sua vita.
La storia ci è narrata direttamente da Cole McGinnis che, dopo un tragico evento, ha lasciato la polizia per diventare investigatore privato. Cole viene da una famiglia mista, con madre giapponese e padre irlandese, ma mentre della madre non ricorda nulla vorrebbe dimenticare con tutte le sue forze un padre che lo ha rifiutato perché gay dichiarato. Cole sembra essere ancora ancorato ad un passato che gli ha creato problemi sia fisici che mentali, ma è un tipo che non si prende troppo sul serio e che ha una certa predisposizione per i guai, anche se spesso e volentieri ci si mette con le proprie mani. A dimostrazione di questo c'è l'ultima indagine che il fratello Mike gli offre di seguire: sembra un comune caso di suicidio in un locale di appuntamenti per gay, il Dirty kiss, e invece grazie alle indagini conosce Jae-Min, il cugino della vittima, e il suo mondo viene stravolto.
Jae-Min è un bellissimo giovane coreano con un passato da ballerino, ha i tratti delicati e l'aria sperduta che suscitano in Cole un immediato sentimento di protezione, anche se per l'ex poliziotto è difficile pensare, dopo la tragedia che lo ha colpito, che ci possa essere per lui un nuovo inizio. Jae-Min però lo affascina sempre più, ma il ragazzo fa parte di una famiglia con tradizioni e regole che non lasciano spazio alle aperture e al rinnovamento, per questo il ragazzo tiene nascosta la sua omosessualità. È già visto come la “pecora nera” della famiglia, cosa potrebbe accadere se scoprissero che le sue preferenze sono rivolte unicamente verso gli uomini? Senza contare che in giro c'è un assassino...
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Rhys Ford ha scritto una storia dalle dinamiche perfette e accattivanti, e vorrei complimentarmi per i termini e gli usi della cultura coreana, ancora una volta è evidente che la ricerca e la descrizione danno quel qualcosa in più a un romanzo. Ad alcuni potrebbe sembrare che i vari spunti inseriti in questo libro alla fine sembrino irrisolti, dando l'apparenza di una storia incompleta. Beh in un certo senso è proprio così, ma solo perché essendo una serie sono sicura che le cose verranno portate avanti o chiarite nei prossimi libri. Continueremo di certo ad amare Cole e Jae-Min e saremo sempre più coinvolti nella loro storia, ne sono sicura.
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'La teoria del pettirosso' - Il romanzo di Cristiano Pedrini che parla di giovani senzatetto e genitori che rinnegano figli gay

A cura di Francesco Sansone
Grafica di Giovanni Trapani
‘La teoria del pettirosso’ di Cristiano Pedrini (Edizioni Youcanprint, 14,00 Euro) racconta l’incontro tra Nathan, un ragazzo di vent’anni scappato di casa e che si ritrova a vivere come un senzatetto, e Ross, direttore trentenne della biblioteca e ludoteca Byron.
La storia: Nathan, infreddolito, si rifugia nell’edificio, ma la guarda pensa che stia rubando un cd e lo ferma.  Chiamato Ross per risolvere la situazione, si scopre che si è trattato di un malinteso e il ragazzo viene rilasciato. Nathan, però, non sa dove passare la notte e furtivamente si nasconde al Byron aspettando che chiuda per dormire lì. Ross a sera tarda si accorge di lui e, colpito dal ragazzo sin dal primo momento che lo ha visto, decide di aiutarlo per non farlo restare per strada.
Benché la trama sia semplice nella sua struttura romance, Pedrini sottolinea due aspetti importanti e, purtroppo, attualissimi: la realtà dei ragazzi senzatetto e il rifiuto dei genitori ad accettare l’omosessualità dei figli. I temi sono delicati, ma non vengono caricati con quella morbosità o quella drammaticità che spesso contraddistingue certi argomenti, anzi. E questo è merito della scrittura ‘leggera’ utilizzata dall’autore. 
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Nella foto: Cristiano Pedrini
Uno stile colloquiale e intimista che vuole mostrare sì il dramma della situazione, ma non dar vita a narrazioni disperate e strappalacrime. L’autore sembra voglia dire: “guardate che nel mondo succede ancora tutto questo, prendetene atto e non voltate le spalle.”  E questa impressione avuta durante la lettura, ce la conferma lo stesso Cristiano Pedrini a Il mondo espanso dei romanzi gay:
Li consideriamo degli invisibili che ci turbano non appena li incontriamo per strada, ma che subito siamo pronti a dimenticarli non appena li oltrepassiamo. Eppure sono lo specchio di quello che oggi la società cerca di imporre: l’abbandono a se stessi. Poco importa se siamo solo in una casa o in mezzo al nulla.
È una delle condizioni che credo vadano innanzitutto comprese ed accettate. Ecco perché i proventi di quest’opera vanno a un’associazione che li sostiene e li aiuta.”

E per quanto riguarda l’incapacità di alcuni genitori ad accettare l’omosessualità dei figli, l’autore chi dice:
Anche in questo caso sia fondamentale solo la somma delle nostre esperienze, ma soprattutto la nostra natura umana: l'aver studiato, fatto lavori più o meno umili, l'essere stato a contatto con tante o poche persone può aiutarci a vivere la nostra quotidianità in modo solo leggermente diverso, perché è la nostra natura a connotare noi stessi e le nostre scelte. E quindi accettare di avere un figlio gay è diverso per ciascuno solo perché noi stessi lo siamo, avendo, appunto, una natura diversa.
Personalmente ritengo l'omosessualità una parte reale e legata indissolubilmente all'evoluzione dell'uomo. È sempre esistita e sempre esisterà, ma secoli di preconcetti e pregiudizi sono difficili da scalfire.”
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C’è un altro aspetto nel romanzo che merita un’attenzione particole e che, in qualche modo, dimostra la natura dell’autore che è già apparsa nelle sue affermazioni precedenti: la solidarietà verso il prossimo senza pretendere nulla in cambio. Come accennavo, Ross si offrirà di aiutare il giovane Nathan senza pretendere niente in cambio. Una cosa che,visti i tempi, è difficile da credere, eppure non è fantasia e lo stesso autore ci confessa che lui fa parte di quella cerchia di persone  che offre di porgere una mano a chi a bisogno in maniera del tutto disinteressata.
Nel mio piccolo ci sono riuscito molte volte, e se ce l'ho fatta io che mi reputo una persona normalissima, perché non devono riuscirci altri?

‘La teoria del pettirosso’, seppur in maniera romanzata, è un libro che dà speranza e che riesce a dimostrare che questa può salvare anche chi ha avuto la sfortuna di aver visto l’inferno con gli occhi. A volte basta un fortuito incontro per cambiare la nostra vita e migliorarla, superando così il marcio ci è caduto addosso. 
Quindi complimenti a Cristiano Pedrini per aver dato vita a un romanzo simile che non si può non leggere. Consigliatissimo.
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“Abietarii – Falegnami” - Ambizioni, segreti e un'attrazione improvvisa nell'ultimo libro di Cristina Lattaro

A cura di Lilia Stecchi
Grafica di Giovanni Trapani
Questa settimana torno a parlarvi di un'autrice italiana, che si distingue sempre nell'alta preparazione della descrizione dei luoghi, della società e del periodo in cui è ambientata la storia. Sto parlando di Cristina Lattaro e del suo ultimo romanzo “Abietarii – Falegnami” (Casa Editrice bookEco Media – prezzo 1,49 Euro). La storia vede Alberto, un architetto affascinante e trasgressivo, abituato a frequentare belle donne senza tuttavia trascurare la falegnameria ereditata da suo padre.
Passati i trent'anni, sente il bisogno di stabilità e intreccia una relazione a distanza con Elisa. Quando la segretaria va in pensione, Alberto propone a Vito, l'autista assunto da poco, di prendersi cura della contabilità. Incuriosito da Alberto, Vito inizia a spiarlo mentre si intrattiene nello showroom che di notte l'architetto trasforma in alcova. Intanto Elisa decide di stabilirsi da Alberto che esperto e malizioso, cerca di gestire la situazione.

Questo è il terzo romanzo, dopo "Milites” e “Agricolae – contadini", che leggo di questa autrice e ancora una volta mi trovo di fronte a un'opera con descrizioni e particolari davvero notevoli. Ci troviamo nel mondo del legno, con tanto di falegnameria, macchinari, realizzazione di mobili artigianali, showroom e fiere specializzate nel settore, ed è evidente, con mia grande ammirazione, come la Lattaro si sia documentata per realizzare un'ambientazione che rispecchia totalmente la realtà sin nei minimi dettagli.
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I protagonisti sembrano adattarsi alla perfezione all'elemento principe della storia: il legno. Visti superficialmente, come nella forma grezza di un tronco, appaiono persone comuni come tante altre, con pregi e difetti. Invece andando in profondità, come dopo una lavorazione di pialla e levigatura, si scoprono le venature complesse del loro carattere, le vere ambizioni, i loro segreti.
Alberto ha ereditato dal padre la falegnameria, che negli ultimi anni ha ampliato e resa più funzionale, dove mette a frutto la sua laurea di architetto creando mobili originali che sono molto richiesti. Vorrebbe una relazione stabile con Elisa, ma nel frattempo non disdegna di avere rapporti occasionali con varie conquiste, che consuma di notte su un divano dello showroom. “Alberto vuole tutto ma pure non vuole niente veramente” è con questa frase emblematica che uno dei suoi lavoranti lo descrive, come se Alberto, arrivati al punto, si defilasse dalle responsabilità, o forse è perché quello che nel suo inconscio vorrebbe veramente non lo può avere...
Anche Elisa sin da quando è nata ha respirato l'odore del legno. Ha conosciuto Alberto a una fiera del settore e ora i due tengono una relazione a distanza. Questo perché, nonostante i cattivi rapporti con il fratello, Elisa non si decide a lasciare Treviso e ad accettare l'offerta di Alberto di raggiungerlo a Rieti per costruire qualcosa di più importante.
Infine abbiamo Vito, il trasportatore dell'azienda di Alberto, persona altamente enigmatica e dal passato turbolento, che cela pensieri e sentimenti dietro i suoi impenetrabili occhi grigi. È un ragazzo di ventitré anni che vive con i genitori e il cui desiderio è quello di aprire una ditta di traslochi, ma, nel frattempo, oltre che lavorare in falegnameria, frequenta una palestra dove ha la possibilità di “selezionare” le sue principesse.
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Sono tre personaggi complessi e che nel proseguo della storia si passa dalla simpatia a detestarli, o viceversa, in un batter d'occhio. Ognuno di loro durante la lettura mi ha fatto pensare a un “Forte!”, a volte seguito a ruota da un “Ma no! Che fai?” Mi ha sorpreso Alberto, così affascinante e carismatico, ma che nei momenti topici, come la storia del braccialetto o nel finale, sembra non essere mai presente. Non riesco a comprendere pienamente Elisa, che si è fatta rincorrere per quasi tutto il libro, e che a causa di/grazie a Vito cambia repentinamente le sue decisioni... e non solo. Sono stata catturata da Vito, dalla sua bellezza e dal passato non proprio immacolato e da un presente nascosto ai più. Anche se devo dire che verso la fine mi ha un po' sconvolto.

Per finire ci tengo a dire che questo romanzo non è propriamente un romance m/m come si è abituati a leggere, ma piuttosto si può definire come un libro lgbt, molto introspettivo e con vari flashback. Dove il rapporto tra Vito e Alberto non predomina su tutta la storia, ma è lievemente accennato, e che è fatto in prevalenza di sguardi e di silenzi con un finale aperto a ogni immaginazione.
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Arabesque - Un genio, tre desideri da realizzare e la voglia di amare nel romantico romanzo di Livin Derevel

A cura di Francesco Sansone
Grafica di Giovanni Trapani
La scrittura fluida presente nel nuovo romanzo di Livin Derevel, Arabesque (Milena Edizioni, 13,00 Euro cartaceo/ 4,99 Euro ebook) permette alla storia di scorrere piacevolmente anche quando la vicenda tocca sfaccettature malinconiche e tristi.
La storia  inizia con una giornata storta per il suo protagonista Bentley Flores, a causa del rinvio dell'esame per cui si era dato tanto da fare è stato improvvisamente rimandato,. Inoltre,la ragazza per cui ha una cotta non ha tempo da dedicargli, e piove. Insomma, una di quelle giornate di merda, ma è proprio qui che si consuma lo sviluppo della storia. Bentley, per tutti Ley, incontra una donna un po' hippy e un po' santona, che lo usa come facchino prima di regalargli una lampada di dubbio gusto come ringraziamento. Lì per lì per il ragazzo si tratta di un oggetto inutile e rientrato a casa l'appoggia distrattamente, ma all'improvviso si ritrova di fronte Frank, un ragazzo tatuato, che gli rivela di essere un genio  della lampada e che è li per esaudire tre suoi desideri.
Da qui si susseguono una serie di avventure e disavventure che porteranno i due a un rapporto che va oltre al padrone e genio.
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"La storia di per sé nacque in primis sulla figura individuale del 'genio', come creatura fatata in grado esaudire desideri." - racconta Livin Derevel a Il mondo espanso dei romanzi gay per spiegare il perché abbia scelto di scrivere una storia che abbia come protagonisti un ragazzo e un genio - "All’epoca mi intrigò in particolar modo questa capacità di un essere che potesse interagire con la realtà modificandola nelle piccole (e forse nelle grandi) parti, e a come l’avverarsi di un fantasia potesse in modificare gli aspetti di una vita che altrimenti sarebbe trascorsa immersa nella consuetudine, nell’abitudinario e - forse - nella rassicurante quanto aritmica scontatezza.
In questo caso il “padrone”, Ley, diventa la rappresentazione stessa del corso delle cose, lui è il fattore 'normalità' che viene messo alla prova dall’elemento imprevisto che è Frank con la sua magia; e l’insieme che formano crea una sintonia di alti e bassi, di routine e novità che anima e movimenta."

E la sintonia che si instaura fra i due arriva pienamente al lettore, che si ritrova a tifare per entrambi, anche se prende a cuore anche i sentimenti di  Dave, il fratello di Ley con cui condivide l'appartamento della nonna. Dave rimane fulminato da Frank dal primo momento che lo incontra, ma capisce che fra lui e il fratello che è un'alchimia tale che gli fa reprimere i suoi sentimenti.

Ciò che ho apprezzato di questa storia è la maniera con cui la sessualità dei personaggi viene mostrata e accettata in modo del tutto naturale da chi sta loro intorno. Ley ha una cotta per Nora, ma ha avuto storie, per lo meno sessuali, anche con dei ragazzi. E Dave vive la sua omosessualità senza paure e quando parla con la nonna dei suoi sentimenti per Frank, il dialogo è così naturale che uno non direbbe mai che si parli di un amore omosessuale. Ma è così che deve essere ed è così che tutti dovrebbero parlare dei propri sentimenti. Nessun timore che qualcuno possa dire 'che schifo'. In questo Livin Derevel è stata brava perché non sempre è facile creare dialoghi così semplici e naturali senza cadere nell'idilliaco.

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"Si nasce soli e si muore soli, tanto vale godersi l’intermezzo nel miglior modo possibile senza farsi influenzare dagli altri." - Continua la scrittrice parlando proprio di questo aspetto e per dare un consiglio a chi ancora oggi ha paura di accettare la propria omosessualità. - "Ovviamente parlo per sommi capi: a questo modo ci sono situazioni che non possono essere affrontate con tanto pragmatismo. Ma sono del parere che ognuno abbia il diritto - quasi il dovere - di essere se stesso come meglio crede purché non nuoccia a nessuno, e mi sembra che l’amore non sia un metallo pesante da assumere a piccole dosi.
Ci sarà sempre qualcuno pronto a cercare di limitare o togliere la libertà a qualcun altro per pochezza, meschinità, interesse, ignoranza o che altro, e arrendersi sarebbe dare a certe nullità l’insulsa soddisfazione che non meritano.
Se la libertà è un diritto per cui varrebbe la pena morire, ritengo che prima sia un diritto per cui valga la pena vivere. Perché, anche se il più delle volte non ci si crede, i desideri in effetti si avverano."

E 'Arabesque', seppur nella sua fantasia, dimostra davvero che i sogni si possono avverare, regalandoci una speranza in priù, soprattutto in un momento storico come questo che siamo vivendo, in cui certezze non ce n'è e i diritti civili sono ancora ad appannaggio di una parte della società.
Quindi se avete voglia di sognare e di regalarvi un piccolo barlume di speranza, il nuovo romanzo della Derevel fa al caso vostro. Da leggere!
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“Nascosti dal mondo” - Il dramma dei triangoli rosa nei campi di concentramento nel romanzo di J.W Kilhey

A cura di Lilia Stecchi
Grafica di Giovanni Trapani
Sono vari giorni che apro la pagina per lasciarvi le mie impressioni su questo romanzo, ma poi, dopo che sentimenti e pensieri che premono per voler uscire, richiudo il file senza aver scritto niente, e non perché non ne ho amato ogni singola parola, anzi. È proprio perché mi ha lasciato talmente tanto che tornarci con il cuore e la testa è straziante, le emozioni mi travolgono e un senso di inadeguatezza mi assale. Come si fa a parlare, con quel fare spensierato che contraddistingue la maggior parte dei romance, di avvenimenti storici che per la loro bassezza, per la loro disumanità, per la loro sconsiderata follia, hanno sconvolto l'intera umanità? Difficile. Talmente difficile che ogni cosa a confronto può diventare una banalità.
Il romanzo a cui mi riferisco è “Nascosti dal mondo” di J.W. Kilhey (tradotto da Barbara CinelliCasa Editrice Triskell Rainbow – prezzo 5,99 Euro). Un libro che affronta il dramma, troppo spesso ignorato, dei triangoli rosa nei campi di concentramento e da chi, vincitore o vinto, salvatore o vittima, deve affrontare un disturbo post traumatico che, come un infinito pozzo nero, non lascia intravvedere nessuna via di uscita.

Franklin D. Roosevelt ha detto: “Nessun uomo e nessuna forza possono abolire la memoria.”
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John Oakes e Kurt Fournier sono la prova vivente della verità dietro quelle parole. Sin dai tempi degli orrori della Seconda Guerra Mondiale, John e Kurt hanno arrancato per portare avanti le loro esistenze, sanguinando da ferite che non sono mai guarite. Ora si ritrovano nel 1950: la guerra può essere finita, ma la battaglia per trovare la pace è appena iniziata. 
John, dottorando alla UC Berkeley e veterano, fluttua attraverso la vita del dopoguerra fino a quando coglie il misterioso Kurt a suonare di nascosto un pianoforte all’università. John pensa di poter trovare un po’ di conforto in compagnia di Kurt ma non sa come creare una connessione con quell’uomo che vive una vita di prudente solitudine. Senso di colpa e rammarico minacciano di invalidare le loro speranze di avere una vita normale. Nessun uomo è un’isola, quindi John e Kurt devono mettere a rischio il loro cuore per trovare la felicità. Sfortunatamente, i ricordi e le paure possono paralizzare anche la persona più forte.

La storia è narrata come su due storie parallele, una “contemporanea” nel 1951 e una con dei ricordi dal 1941 al 1945, con capitoli alternati dal punto di vista dei due protagonisti. All'inizio siamo a Barkley in California nel 1951 e John Oakes è uno dei reduci dell'esercito americano che ha combattuto in Europa durante il Conflitto Mondiale. È tormentato da devastanti incubi e flashback che lo riportano in continuazione ai momenti tragici che ha vissuto sul continente europeo, soprattutto ancora lo sconvolgono le immagini del campo di Dachau. L'orrore che ha visto tra i prigionieri ha dell'inimmaginabile, e quello che ha fatto per l'odio e la vendetta verso i soldati tedeschi ora lo attanagliano con sensi di colpa che non gli danno tregua.
Le cose sembrano precipitare ancora di più quando all'università, che frequenta come dottorando, incontra un inserviente che in una sala sta suonando il piano. John si sente attirato e via via sempre più ossessionato da quel giovane affascinante, elegante nei modi, ma solitario e taciturno. Riesce a conoscere Kurt Fournier/Klain, grazie all'aiuto del professore Jules Fournier, e mentre John si sente sempre più attratto da Kurt questi sembra sempre sfuggirgli, ogni passo in avanti che John fa per poterlo avvicinare e conoscere Kurt ne fa tre indietro, mettendo un muro tra di loro. Ma Kurt ha paura, sa che niente è cambiato da quando era in Austria ospite degli zii, sa che tutto potrebbe ripetersi per quelli come loro, e con la mente ritorna al passato, quando in pochi anni ha vissuto il periodo più bello che terribile della sua vita insieme a Peter.
Conosciamo così Kurt, nei capitoli narrati a partire dal 1941, la sua vita e la sua condizione di tedesco e omosessuale, rinchiuso con il suo primo e grande amore in un campo di concentramento. La sofferenza, la denutrizione, i lavori disumani e le ore in piedi per l'appello portavano molti alla morte, ma gli omosessuali dovevano subire ben altro. Violenze fisiche da parte dei soldati e degli altri prigionieri, punizioni dure e ingiustificate, esperimenti medici o addirittura la castrazione, alcuni venivano costretti ad avere rapporti con le donne per cercare di modificare le loro preferenze sessuali. Ognuno nel campo si sentiva autorizzato a trattare i prigionieri con il triangolo rosa nel peggior modo possibile, e Kurt e Peter hanno provato sulla loro pelle le cose più terribili che una mente sana possa immaginare.
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Dire che ho pianto durante la lettura di questo libro è un eufemismo. Ho pianto per la sua storia dura e triste. Ho pianto nel vedere dove può arrivare la crudeltà umana. Ho pianto quanto John si rende conto che Kurt è sì un tedesco, ma non per questo è un nazista. Ho versato lacrime al lento avvicinarsi dei due, dove Kurt concede a John cose che non aveva permesso a nessun altro dopo Peter. C'è un momento però che mi ha sconvolto facendomi quasi soffocare nei singhiozzi e che, a distanza di giorni, se ci torno con il pensiero mi fa ancora riempire gli occhi di lacrime. Perché quel momento è tragico, perché quell'attimo è straziante, perché non ti capaciti a cosa si può arrivare per amore, ma è proprio in quel momento che si rivela il forte sentimento, puro e totalizzante, che Kurt ha per il suo amato Peter.
Non è una lettura facile, visti gli argomenti trattati, e spesso si fa fatica ad andare avanti dovendo staccare da tutto quel dolore, ma J.W. Kilhey ha scritto una storia fantastica. Questa volta non mi sento di incoraggiare alla lettura, anche se è un libro che andrebbe assolutamente letto, perché capisco che la sensibilità è diversa per ognuno di noi e non tutti riescono a sopportare tante cose che cadono spesso nel disumano. Io vi posso dire solo che ho amato profondamente ogni parola di questo romanzo, che essa sia stata bella o brutta, terrificante o coinvolgente, appassionata o nauseante, ma che allo stesso tempo mi ha trasportato a uno dei periodi più vergognosi della storia umana.

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